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venerdì 12 ottobre 2007

Educazione: a causa delle guerre sono le bambine le prime ad essere escluse dall'istruzione


Vittime due volte: della guerra e della loro condizione di giovani donne. Che significa, spesso, dover rinunciare prima dei coetanei maschi alla scuola e subire gravissime violazioni. Quali essere utilizzate come bambine-soldato o mogli-bambine, subire terribili violenze e abusi nell'ambito di raid di pulizia etnica, essere molestate e sfruttate persino all'interno dei campi profughi e per opera di chi dovrebbe proteggerle: personale governativo, insegnanti, operatori umanitari.Si intitola “Bambine senza parola” il Rapporto che Save the Children, la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e promozione dei diritti dell'infanzia, diffonde oggi in occasione del rilancio della campagna internazionale “Riscriviamo il Futuro”, partita un anno fa in 47 paesi del mondo con l'obiettivo di portare a scuola ed assicurare entro il 2010 un'istruzione di miglior livello a 8 milioni di bambine e bambini che vivono in nazioni in guerra o reduci da guerre.Un dossier che, fissando l'attenzione sulle bambine e sul devastante impatto che i conflitti hanno sulle loro vite - si stima che l'80% delle vittime civili di una guerra siano donne e bambini - è allo stesso tempo un crudo documento ma anche un'occasione per tornare a dire che il diritto all'istruzione per quei milioni di minori che vivono in aree di conflitto deve essere una priorità dell'agenda politica. Diversamente, 30 milioni di bambini – la maggior parte in nazioni in guerra - saranno ancora esclusi dalla scuola nel 2015 e il secondo e terzo Obiettivo del Millennio, ovvero diritto all'educazione primaria per tutti i bambini e parità di accesso a scuola per bambini e bambine, non verranno raggiunti.“Non ci stancheremo di sottolineare il ruolo e la forza dell'istruzione, formidabile leva di cambiamento, in grado di permettere a una bambina o bambino di emanciparsi da un futuro di povertà, sfruttamento, insicurezza”, commenta Maurizia Iachino, Presidente di Save the Children Italia. “Se poi teniamo presente che il più alto numero di minori esclusi dall'istruzione si trova in paesi in conflitto e che le bambine sono la maggioranza, è chiaro che bisogna concentrare gli sforzi e le risorse sui paesi in guerra e sulle bambine. Altrimenti milioni di ragazze saranno le ultime non solo a scuola ma anche nella vita”.Sono 77 milioni nel mondo i bambini che non vanno a scuola. 39 milioni, stima Save the Children, vivono in uno dei 28 paesi oggi ancora in guerra o reduci da conflitti . In queste nazioni particolarmente, ma anche in quelle stabili e in pace, le bambine risultano discriminate nell'accesso a scuola: il 57% del totale dei minori esclusi dall'istruzione è rappresentato da bambine. Inoltre quasi 1 bambina su 5 che si iscrive in prima elementare, non riesce a completare il ciclo di istruzione primaria. Una condizione di disparità che nei contesti di conflitto si aggrava ulteriormenteIn alcune zone del Sud Sudan, per esempio, l' 82% delle bambine non è iscritto a scuola, mentre nelle aree rurali dell'Afghanistan questa percentuale arriva anche al 92%.“In tempo di guerra le bambine e le adolescenti sono un gruppo particolarmente vulnerabile e a rischio di gravissimi violazioni dovute alla discriminazione di genere e al ruolo che viene assegnato loro nella società”, spiega Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia. Non a caso alla vigilia, durante o subito dopo un conflitto le bambine sono le prime alle quali viene negata la possibilità di andare a scuola.Le ragioni di ciò sono varie: i genitori temono che le scuole possano essere attaccate da miliziani e quindi che le ragazze vengano forzatamente reclutate negli eserciti; oppure temono che le proprie figlie siano vittime di molestie e abusi da parte dei compagni di scuola o degli insegnanti. In altri casi il fattore può essere economico: se ci sono dei costi da sostenere per le rette o il materiale scolastico e le famiglie, impoverite dalla guerra, non hanno soldi sufficienti, le bambine saranno le prime a dover rinunciare alla scuola e ad essere richiamate in casa per supportare economicamente il nucleo familiare.Ma l'impatto di una guerra non si esaurisce qui: donne di tutte le età, documenta il Rapporto “Bambine senza parola”, si trovano ad affrontare lo sfollamento, la perdita di casa e proprietà, di familiari e parenti, la povertà. Donne, ragazze e bambine sono inoltre vittime di omicidi, torture, scomparse, schiavitù sessuale, abusi sessuali e gravidanze e matrimoni forzati, come nel caso di tante bambine assoldate e rapite dalle milizie armate. Si stima che di oltre 250.000 bambini impiegati come soldati, più del 40% siano bambine e adolescenti. Essere “soldato” per una ragazza significa sottostare agli ordini dei combattenti, fare loro da domestica e infermiera, diventare loro “moglie”: ovvero essere oggetto di abusi sessuali da parte di uno o più miliziani, avere elevate probabilità di contrarre il virus dell'Hiv/Aids, nonché di restare incinte anche a 10 anni.Ma guerra significa anche uso della violenza contro le donne, in particolare dello stupro, come vera e propria arma. “La violenza sessuale nei confronti di bambine e adolescenti è spesso utilizzata in campagne sistematiche di terrore e intimidazione, proprio per obbligare i membri di una certo gruppo etnico, culturale o religioso ad abbandonare le loro case”, spiega Carlotta Sami, Direttore dei Programmi di Save the Children Italia.Ma anche quando la guerra sembra essere alle spalle se non addirittura finita bambine e donne rischiano di trovarsi ad affrontare altre violenze, per esempio nei campi rifugiati dove possono subire abusi da parte di funzionari governativi, guardie di frontiera, contrabbandieri, membri delle forze armate e a volte anche di altri rifugiati, durante il lungo cammino verso i campi e all'interno degli stessi. Questi luoghi rappresentano inoltre un luogo di particolare interesse per i trafficanti di esseri umani che prediligono le pre-adolescenti e le bambine essendoci meno possibilità che siano affette dall'Hiv/Aids rispetto alle ragazze più grandi. Infine donne e ragazze non sono al riparo dall'abuso e sfruttamento sessuale neppure quando si trovano a stretto contatto con gli operatori umanitari, come documentato da Save the Children in un suo recente dossier sulla Liberia . Il ruolo e il potere dell'educazioneIn un contesto di così alto rischio e gravi violazioni, sia durante che dopo un conflitto, “la scuola può giocare un ruolo fondamentale per la protezione di ragazze e bambine da abusi e violazioni e rappresentare un luogo sicuro dove ripararsi”, sottolinea Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia. “A scuola poi si apprendono informazioni utili alla salute e sicurezza personali, per esempio sulla prevenzione dell'Hiv/Aids o sulle mine anti-persona”. Infine “la scuola costituisce forse l'unica occasione, per milioni di bambine e bambini che vivono in aree instabili, conflittuali e povere, di garantire a sé e alle proprie comunità un futuro diverso e migliore”. In particolare per le bambine, è ormai appurato lo stretto rapporto fra scolarizzazione femminile e maggiore benessere e sviluppo sociale: per esempio, un aumento dell'1% dell'istruzione femminile genera una crescita del Pil dello 0,37%; l'iscrizione alla scuola primaria delle bambine può produrre una riduzione della mortalità infantile del 4, 1 per mille; l'educazione può contribuire a prevenire circa 700.000 contagi da Hiv all'anno e a migliorare la salute materno-infantile.Una petizione al Governo italiano per garantire il diritto all'istruzione per i bambini in paesi in conflittoA poco più di un anno dal lancio della Campagna Internazionale “Riscriviamo il Futuro” (il 12 settembre scorso), Save the Children continua dunque a fare pressione sui governi e le opinioni pubbliche affinché il diritto all'istruzione per i 39 milioni di minori che vivono in nazioni in guerra o reduci da conflitti, con particolare attenzione alle bambine, sia assunto come prioritario nelle agende politiche nazionali e internazionali e non siano tradite le promesse fatte. Nel 2005 infatti i paesi donatori, compresa l'Italia, hanno assunto impegni in aiuti all'educazione primaria per 3 miliardi di dollari, per poi erogarne circa la metà. In particolare, l'Italia si colloca all'ultimo posto della lista dei paesi donatori per fondi destinati all'educazione: data infatti la cifra di 9 miliardi di dollari necessaria a garantire educazione per tutti i bambini entro il 2015, il nostro paese risulta quello che ha contribuito meno al raggiungimento di tale cifra, con uno stanziamento di appena 15 milioni di dollari. Affinché dunque l'Italia non sia più l'ultima della lista, Save the Children Italia lancia oggi una Petizione con raccolta di firme destinate al Ministro degli Esteri Massimo D'Alema in cui chiede di:- incrementare significativamente gli aiuti all'educazione, destinandone una quota adeguata ai paesi in conflitto- in particolare almeno il 50% dei fondi settoriali per l'istruzione primaria dovrebbe andare alle nazioni colpite o reduci da guerre a cui invece l'Italia destina il 38% di tali fondi - impegnarsi in sede internazionale affinché l'educazione diventi parte rilevante e prioritaria delle politiche e degli interventi in contesti di emergenza- in particolare, al fine di garantire non solo l'accesso all'istruzione, ma anche standard di qualità adeguati, è necessario diffondere e promuovere l'utilizzo dei Minimum Standards for Education in Emergencies, Chronic Crises and Early Reconstruction (MSEE) nel ripristino dei servizi scolastici durante e dopo un conflitto.Inoltre Save the Children chiede e raccomanda al Governo italiano di: - promuovere e sollecitare nelle sedi internazionali una maggiore partecipazione e coinvolgimento delle donne nelle operazioni di peacekeeping e nei processi di post conflitto, in quanto elemento chiave non solo per la tutela e la promozione dei diritti delle donne, delle bambine e dei bambini in contesti di guerra o post conflitto, ma anche come uno dei fattori di successo dell'intervento stesso - adoperarsi affinché siano incrementati e implementati i programmi di smobilitazione e riabilitazione (Ddr ) per le ex-bambine soldato, attualmente pari al 2% del totale dei programmi di Ddr.La versione integrale del Rapporto “Bambine senza parola” è scaricabile all'indirizzo: www.savethechildren.it/pubblicazioni

E' disponibile un b-roll con immagini e videonews, foto e storie di bambini in paesi in guerra (per es. Afghanistan, Uganda, Costa D'Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Liberia).


E' possibile firmare online la Petizione all'indirizzo: http://www.savethechildren.it/


Per ulteriori informazioni:Ufficio Stampa – Save the Children Italia tel. 06.48070023-71 press@savethechildren.it


giovedì 26 luglio 2007

Costa D'Avorio: abusi militari Onu/approfondimento

«Raccomandiamo di rafforzare la denuncia presso le autorità civili e militari dell'Onuci (la missione delle Nazioni Unite in Costa D'avorio - ndr) circa gli abusi sui bambini compiuti da personale civile e militare. Preghiamo di rinforzare le inchieste libere e indipendenti e rinforzare le sanzioni a riguardo degli autori di abusi. Chiediamo di rinforzare le sanzioni sull'uso della droga del personale civile e militare e della distribuzione che essi ne fanno ai ragazzi minori».
Sono tre delle dieci raccomandazioni contenute in un rapporto dal titolo «Protezione dei bambini coinvolti nel conflitto nella zona di Bouake 2005. Prevenzione, smobilitazione, reinserimento dei bambini associati ai gruppi armati». A mostrarcelo è padre Dino Dussin, un missionario del Pime che vive in Costa D'Avorio. Lo avevano presentato all'Unicef i responsabili di tre isituti religiosi che lavoravano a un progetto avviato proprio dall'agenzia delle Nazioni Unite per l'infanzia nel luglio 2003, sei mesi dopo lo scoppio della guerra civile in Costa D'Avorio. I tre istituti nel 2005 avevano denunciato gli abusi nei confronti dei minori compiuti dai soldati marocchini del contingente Onu.
Le nazioni Unite hanno annunciato di aver sospeso il contingente militare del Marocco che partecipava alla missione di peackeeping in Costa d'Avorio, mentre è in corso un'inchiesta su un presunto e vasto fenomeno di abusi sessuali.
«Nel 2003 l'Unicef ha avviato a Bouake un programma di riabilitazione per i bambini-soldato e le bambine vittime di abusi» racconta padre Dussin. «Dopo un anno l'Unicef si è ritirato e il progetto è stato continuato da una cooperativa formata da tre istituti religiosi: i sacerdoti di San Vincenzo e le suore della dottrina cristiana, entrambi francesi, e dall'istituto italiano delle suore di Gorizia. Questi istituti, con il supporto del Pime, hanno fatto appello alla Conferenza episcopale italiana, che ha rifinanziato il programma per altri tre anni con i fondi dell'8 per mille. Fin dall'inizio questi religiosi sono entrati in contatto con minori che hanno subito abusi da parte dei soldati. In città esistono diversi campi dei ribelli, che hanno occupato le caserme, la stazione dei vigili del fuoco, le gendarmerie».
«Esistono tre campi di militari francesi e un grande accampamento dei militari dell'Onuci fuori dalla città sulla strada che porta ad Abidjan. La presenza dei militari ha sconvolto la vita della città» denuncia padre Dussin. «Abbiamo calcolato che all'interno dei campi debbano trovarsi all'incirca seimila minori. Alcuni sono stati arruolati tra le fila dei ribelli, altri vi ruotano attorno e vengono utilizzati per vari servizi, tra cui il trasporto della droga. Di questo sfruttamento sono responsabili anche alcuni militari dell'Onuci. Il quartiere accanto all'accampamento si è completamente trasformato in funzione dei soldati. Si è diffusa la prostituzione e sappiamo di casi di genitori che vendono i propri figli per prestazioni sessuali. Tutte cose impensabili prima della guerra».
Dal 2003 la Costa D'Avorio è divisa in due. Il nord in mano ai ribelli, le cosiddette Forze Nuove, il sud sotto il controllo delle milizie del governo del presidente Laurent Gbagbo. In Costa D'avorio attualmente si trovano anche 8.300 soldati della missione Onuci e circa 4.000 militari francesi dell'operazione Licorne, in appoggio alle truppe delle truppe dell'Onu.

Fonte: http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=83239